ZIBELLO

di Stefano Rotta - Credit: Gazzetta di Parma 

 

«Sono nato sulla schiena dei pesci». Vecchio padano né lombardo né emiliano. Uomo isolano, nato nei canneti di Torricella del Pizzo, venuto al mondo con trecentosessanta gradi di acqua intorno, per andare in paese ci vuole la barca. Come in Africa, sì: dando di remo per conoscere gli altri bambini, a scuola.

Alberto Barbieri è del 1922, allora non era stato ancora incanalato, scavato e raddrizzato il fiume. Lanche, isole, una piena portava terra ai contadini lombardi, facendoli ricchi, loro e più ancora i loro padroni; quattro o cinque raccolti dopo lo stesso Po, burlone, portava terra di là, in Emilia, ai gabbati della volta prima. Che con sorpresa, dopo l’acqua in casa, avevano un campo in più.


Lo incontriamo con il frinire fortissimo delle cicale alle casotte di Pieve Ottoville. Ombra, nei boschi del principe Meli Lupi di Soragna, e costruzioni approntante con amore e perizia artigianale, dove giovani e vecchi si trovano a far baracca, di domenica, e tirar le sei di sera gli altri giorni. Guarda il fiume, lui. Canottiera bianca, abbronzato, fisico ancora greco, seppure gli anni siano novanta. Guarda il fiume e dice, «ci sono nato in mezzo». E’ cresciuto solitario sull’isola. «Il fiume lo sento come qualcosa che non si dimentica». Quando le parole pesano, non c’è bisogno di far tanta filosofia. «I miei genitori erano affittuari. Sull’isola c’erano buoi cavalli e mansöi. E lanche piene di pesci. Con le canne, le carregie per fare le sedie. Si tagliavano, si facevano essiccare. Ogni tanto veniva fuori il Po e toccava andare al piano di sopra. La piena del ’51 la ricordo bene. Con l’acqua alta si prendevano molte lepri, perché rimanevano come ingabbiate».


A scuola, a Torricella del Pizzo, sulla sponda cremonese del fiume di fronte a Torricella di Sissa, il piccolo Alberto ci andava con una barca di legno nera di pece. Due remi centrali. A sette anni, da solo. Si vede che è una quercia, ancora adesso, con l’antichità e la vita negli occhi. Una vita a pesca di tinche e pesci gatto, anche nel Taro, allora un mezzo paradiso, verso la confluenza col grande fiume.


«Sono nato in casa». Con il canto delle cince come prima ninna nanna. Da grande Alberto diverrà un guardiacaccia. «A dodici anni facevo il bracconiere», sorride adesso, e in coro sorridono tutti gli amici, è la vecchia storia, nasci incendiario e muori pompiere. C’è che allora si bracconava per fame. Lui ha due figli e due nipoti. Racconta con tratti veloci, poche parole ma fascinosissime la sua vita. Alla fine, come una parentesi, tratta del periodo della guerra. «Sono stato prigioniero in Inghilterra. Sempre lavorando in campagna, in Scozia, a Birmingham e in Cornovaglia. Mi avevano preso a El Mechili il 3 maggio 1943. Ho avuto fortuna a portare a casa la pelle, in mezzo alle bombe. Eravamo armati malissimo, con un mortaio da 45 nel deserto. Tirando a mano si faceva meglio. Erano avanti cent’anni, gli altri. Sono rientrato il 30 novembre 1946».


Dal verso dell’upupa alle stragi ambientali. Il secondo Novecento al fiume. «Veniva giù di tutto, anche carogne». Ma lui lo ama, quel fiume. In posa per la foto, dice, «sarà perché mi è rimasto come una cosa indimenticabile».